(Alcuni dei) Punti di forza e caratteristiche dell’alfabeto veneto proposto in questo blog


Per la realizzazione di questo alfabeto ci si è basato principalmente sul criterio di facilità di lettura da parte dei parlanti di ogni variante. D’altra parte non si doveva rendere troppo difficoltosa la scrittura di ciascuna particolare variante.

Analizzeremo ora le lettere che si prestano a essere usate nell’alfabeto veneto e che si discostano da quello italiano.
La elle evanescente sottostà a precise regole che ne stabiliscono la lettura in determinati contesti fonematici. Per questo motivo non ha bisogno di essere esplicitata graficamente, se non per l’appunto per permettere l’identificazione di una parola come appartenente al lessico di una certa varietà. Non eiste, infatti, una coppia minima che consenta di separare i due fonemi, che quindi potranno avere la medesima grafia con due realizzazioni fonetiche differenti.
Lo stesso non si può dire del fonema /d͡ʒ/ in quanto può avere anche una lettura /j/ (coneglianese: injaŧàòjo; liventino: inɉaŧàòjo; veneziano: inɉasàòɉo). Per mantenerne la leggibilità tra le varianti si è scelto di adoperare il grafema <ɉ> (si vedrà più avanti il perché dell’uso del taglio).
Come conseguenza si ha che, essendo fissato il grafema per /d͡ʒ/, il grafema <g>, che in italiano assume un duplice ruolo, viene ad avere necessariamente il ruolo di sola /g/.
Avendo scelto come grafema per la elle evanescente una elle col taglio <ƚ>, si è deciso poi di utilizzare il medesimo artificio anche per la <ɉ>, per non introdurre troppi grafemi. Si vedrà comunque che anche altre lettere adoperano questa scelta.
Per lo stesso motivo della scelta <j>/<ɉ> si è deciso di rappresentare la costrittiva (o fricativa) dentale sonora /ð/ come <đ>, in quanto alcune varietà leggono al suo posto /d/, e il grafema lo richiama efficacemente. Si nota che alcune delle varientà di pianura potranno leggere /z/ o /d͡z/ al posto di <đ> se non presente nel loro inventario fonematico. Per analogia si ha <ŧ> per la costrittiva (o fricativa) dentale sorda /θ/, con la corrispondente interpretazione come /s/ o /t͡s/.
Avendo scelto <j> per rappresentare /j/, tuttavia, porta a dover indicare tutte le altre /j/ che non condividono lo stesso contesto in cui alcune varianti la leggerebbero /d͡ʒ/, a dover essere rappresentate in altre maniere. Si è scelto di farlo all’italiana con <i> (es. pien).
Per non aggiungere entropia, alla stessa stregua si è scelto <u> per /w/, in quanto facilmente identificabile perché seguito da vocale e mai accentato, al pari della coppia <i>//w/ (es. kuanto).
Volendo fare economia di digrammi e per venire incontro ai veneti migrati in zone ispanofone, si è introdotto il grafema <ñ> per /ɲ/.
Non si vede la necessità di utilizzare il grafema italiano <q> in quanto nell’alfabeto proposto ne esiste già uno che ha il medesimo suono: <k>.
La coppia di fonemi /t͡ʃ/ e /k/: essendo gli unici che determinerebbero una opacità determinante all’alfabeto, si è scelto di assegnarli i grafemi <c> e <k> rispettivamente.
E’ doveroso a questo punto fare una digressione sui fonemi /s/ e /z/, indicati rispettivamente con <s> e <x>, che in veneto sono fonemi ben distinti come evidenziato dalle coppie minime sala, e xalabaso e baxo.
Per ovviare alla mancanza di alcuni font, o della impossibilità di configurare un terminale (tastiere per computer, telefonini), si può efficacemente utilizzare la <h> in funzione diacritica, ottenendo <dh> per <đ>, <th> per <ŧ>, <jh> per <ɉ>, <lh> per <ƚ>, e <nh> per <ñ>.
Va da sè che ogni lettera deve essere pronunciata a sè stante, e che, non esistendo in veneto i fonemi italiani /ʃ/ e /ʎ/, c’è una unica maniera per pronunciare sc di scao e gl di anglikan.
Le vocali /e/ e /ɛ/, e /o/ e /ɔ/, a differenza dell’italiano e del francese, hanno inoltre una funzione distintiva che non si può ignorare. Proprio per il fatto che esistono coppie minime (es. bèko vs beko) risulta necessario dover distinguere quelle più aperte da quelle più chiuse. Questo si attua assumendo che tutte le vocali siano chiuse, fuori che quelle accentate che possono essere anhe aperte, e andranno perciò segnate con un accento grave. Un vantaggio implicito è quello che diventa più facile apprendere il lessico, sia della propria variante che delle altre, soprattutto se sono termini che stanno cadendo in disuso e sono senza una indicazione della reale pronuncia: non serve conoscere come si legge una parola per poterla leggere (!) e la trasmissione della conoscenza risulta più immediata.
Questo alfabeto permette di evitare possibili problematiche che si verificano per esempio in italiano, le cui parole hanno una trascrizione ambigua proprio dovuta all’opacità alfabetica (es. /kw/: cuqucqu), oltre a contenere grafemi plurisegnici, utilizzare la acca come segno distintivo ma senza una reale pronuncia, avere parole ambigue per via del tratto sordo/sonoro, ecc.
Oltre a questo si evitano fraintendimenti sulla possibile geminazione delle consonanti, fenomeno questo non presente in veneto (si veda l’uso italiano di ‘ss’ /ss/, che in veneto si riduce a ‘s’ /s/ semplice).
In veneto la nasale davanti a occlusiva bilabiale (e in generale davanti a ogni consonante e in finale di parola) si realizza come velare, ovvero con un suono prodotto dal dorso del palato, non bilabiale, prodotto dall’altra estremità della bocca, come nell’italiano cambio, quindi si userà <n> davanti a <p/b> (es. kanbiartantoinkartarparon).
L’alfabeto proposto ha un numero di simboli alfabetici (tra 22 e 26 in relazione alla variante) che stanno tra quello italiano (21) e quelli inglese e francese (26), spagnolo (27), e rumeno (31).
D’altro canto l’italiano ha 30 fonemi e 37 modi di scriverli, mentre il veneto ha al massimo 28 fonemi e 29 modi di scriverli, lo spagnolo 24/32, il tedesco 37/67, il francese 35/190, e l’inglese 44/251, annoverando così il sistema alfabetico veneto tra quelli più facilmente leggebili al mondo.
Si fa notare che tutte le varianti possono utilizzare un medesimo alfabeto di 22 simboli solamente con l’uso della h diacritica: a, b, c, d, e, f, g, h, i, j, k, l, m, n, o, p, r, s, t, u, v, x.
In più, volendo rilassare il vincono di somiglianza grafica tra <ɉ> e <j>, e utilizzando le regole dell’ortografia italiana per quanto riguarda certi fonemi veneti (/d͡ʒ/ = <g(i)>, /g/ = <g(h)>, /t͡ʃ/ = <c(i)>, /k/ = <c(h)>, /ɲ/ = <gn>) ma tenendo ben a mente che non è possibile prescindere dal differenziare /s/ e /z/ e le vocali aperte da quelle chiuse, si giunge a un alfabeto di 21 simboli, mancanti della sola <k>, però introducendo opacità e ambiguità.
Vedere anche questo post sul fatto che non può esistere un unico alfabeto storico.
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